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Fat acceptance e privilegio

Aggiornamento: 9 gen 2023

TW: grassofobia, stigma, diet culture, disturbi alimentari.


Il trigger warning è un avvertimento alla presenza di stimoli psicologici

che potrebbero innescare ricordi negativi di una precedente esperienza traumatica.

In questo articolo la parola grasso viene utilizzata riferendosi al fat spectrum e al tessuto adiposo presente nell’organismo, senza giudizio. Se credi che questi temi possano nuocerti in qualche modo, ti invito a non proseguire oltre la lettura e a riservarla a quando ti sentirai pront*.

 

Questa riflessione è nata dopo aver pubblicato una foto sulla spiaggia in occasione del mio compleanno: mi sono guardata e mi sono chiesta se potessi risultare credibile a trattare e sostenere temi come la fat liberation, puntando il dito contro un sistema che privilegia corpi simili al mio, cosiddetti "conformi". Non è semplice affrontare la fat acceptance quando possiedi un forte privilegio riconosciuto dalla società (aka thin privilege).


Ma cosa significano tutti questi termini?

Facciamo un passo indietro. Nel 1973, fu pubblicato il MANIFESTO della fat liberation

(Judy Freespirit and Aldebaran).

Clicca qui per leggerne il contenuto

  1. Crediamo che le persone grasse abbiano pieno diritto al rispetto e al riconoscimento umano.

  2. Siamo arrabbiat* per i maltrattamenti subiti per interessi commerciali e sessisti, che hanno sfruttato il corpo delle persone grasse per renderlo ridicolo e creando un mercato redditizio che vende false promesse per evitare o alleviare quel ridicolo.

  3. Vediamo la nostra lotta alleata alle lotte di altri gruppi oppressi contro il classismo, il razzismo, il sessismo, l’ageismo, lo sfruttamento finanziario, l’imperialismo e simili.

  4. Chiediamo pari diritti in tutti gli aspetti della vita, come promesso dalla Costituzione, in particolare: la parità di accesso a beni e servizi di pubblico dominio e la fine della discriminazione nei confronti delle persone grasse nei settori dell’occupazione, dell’istruzione, delle strutture pubbliche e dei servizi sanitari.

  5. Distinguiamo come nemici le cosiddette industrie “riducenti”, che includono i diet-club, i centri fitness, le cliniche dimagranti, i libri sulla dieta, gli alimenti dietetici e gli integratori alimentari dimagranti, le procedure chirurgiche e i soppressori dell’appetito. Esigiamo che si assumono la responsabilità delle loro false affermazioni e riconoscano che i loro prodotti sono dannosi per la salute, pubblicando studi a lungo termine che dimostrino l’efficacia statistica dei loro prodotti. Facciamo questa richiesta sapendo che oltre il 99% di tutti i programmi di perdita di peso se valutati in un periodo di cinque anni falliscono completamente e conoscendo la provata pericolosità di ampie e frequenti oscillazioni di peso.

  6. Ripudiamo la mistificata “scienza” che afferma falsamente che le persone grasse siano inadatte; questo ha causato e sostenuto la discriminazione nei nostri confronti, in collisione con gli interessi finanziari delle compagnie assicurative, delle industrie della moda e dell’abbigliamento, delle industrie della dieta/fitness, dell’alimentazione e farmaceutica e delle istituzioni mediche e psichiatriche.

  7. Ci rifiutiamo di essere sottomess* agli interessi dei nostri nemici. Abbiamo pienamente intenzione di rivendicare il potere sui nostri corpi e le nostre vite. Ci impegniamo a perseguire questi obiettivi insieme.

Tradotto e adattato dal documento originale.


Questo Manifesto fornisce, ancora oggi, il linguaggio più adatto per una richiesta di assimilazione. La società attuale riconosce i corpi magri come conformi e permette alle persone magre di godere di un privilegio sistemico che permette loro di trovare facilmente la taglia dei pantaloni esposti nelle vetrine dei negozi, di mangiare il gelato più grande senza ricevere giudizi negativi, di non sospettare che abbiano malattie o valori di analisi ed esami alterati a prescindere.

Una persona magra può sentirsi a disagio nel proprio corpo, può specchiarsi e dare inizio a una guerra con la propria immagine corporea, odiandosi e desiderando un corpo diverso, migliore. In questo caso, l’unica persona che giudica la propria posizione all’interno degli standard di bellezza è la diretta interessata. L’insoddisfazione che deriva dalla propria immagine corporea è direttamente connessa con le pressioni della cultura della dieta, ma non causa discriminazioni sistemiche come invece accade con l’anti-fat bias (fat shaming, grassofobia).


Quando sei magr* puoi odiare il tuo corpo ma la società lo rispetta .

Quando sei grass* la società non ti rispetta ma lo fa per la “salute”.


Le influenze della cultura della dieta tendono a legittimare comportamenti strettamente connessi a disordini e disturbi alimentari, malattie che si manifestano con tratti ben definiti, riconosciuti come preoccupanti solo nelle persone magre.


Esempio: X racconta di passare tutte le ore della sua giornata a pianificare pasti, prestando attenzione al conteggio delle calorie e compensando il cibo ingerito con attività fisica intensa. Confessa di aver smesso di mangiare fuori con gli amici perché non potrebbe controllare la propria alimentazione.

  • Se X fosse una persona magra, è molto più semplice che si accenda un campanello d’allarme in chi la sta ascoltando: «forse dovrei aiutare questa persona».

  • Se X fosse una persona grassa, probabilmente gli stessi comportamenti sarebbero incoraggiati e sostenuti: «continua così, non mollare, è dura ma guarda come sei dimagrit*».


La cultura della dieta ha una forte influenza anche sulla percezione che abbiamo nei confronti di una persona che sta mangiando qualcosa, in relazione all'aspetto fisico.

Consumando uno stesso alimento, spesso le persone magre vengono ammirate, lodate e compiaciute mentre quelle grasse sono criticate, derise e incolpate per quello che stanno facendo: semplicemente mangiare.


Mangiare è un atto neutro, necessario alla sopravvivenza ma, soprattutto, alla vita.

Mangiare non dovrebbe assumere connotati positivi o negativi, così come un cibo non dovrebbe vestirsi di morale o di qualsiasi tipo di giudizio non richiesto. Le percezioni sono fatte di supposizioni, convinzioni spesso infondate, ipotesi e giudizi infangati di stigma e discriminazione.


La percezione sociale dei corpi è riassunta in queste poche slides. I pensieri che ne derivano sono figli di quell'insieme di credenze che elogiano la magrezza, l'apparenza, le forme e la salute considerando solo uno dei mille fattori che possono contribuire a migliorarla o peggiorarla: il peso.



Talvolta non importa "essere a dieta" per esserne coinvolti. La relazione con il cibo diventa inconsciamente complessa, rigida, alterata e distruttiva. La cultura della dieta è una forma di oppressione: è importante smantellare determinate credenze per creare uno spazio sicuro intorno a tutti i corpi, indistintamente.


Ma ... la salute?

La salute è un costrutto complesso, ampio e variegato non determinato dal solo peso.

Il* professionista dovrebbe accompagnare la persona e fornire i giusti strumenti instradandola verso una dimensione in cui le è consentito di scegliere per se stessa.

Si tratta di stabilire un equilibrio, capace di alleviare lo stress psico-fisico, le alterazioni metaboliche, la capacità di sintonizzarsi con gli stimoli fisici e, soprattutto, di evitare le oscillazioni di peso. Una dieta, intesa come restrizione calorica e cognitiva, non permetterà mai di rispettare tutti questi aspetti. Stabilire un equilibrio fra le richieste del corpo, della mente e dell’anima (assolutamente personali) permette di agire, indirettamente, anche sul peso. La letteratura (privata di bias = errori metodologici) mostra che non esiste una relazione causale tra peso e patologia.


Ha senso dire che una persona è malata solo sulla base di un numero?

Questo, in generale, vale per tutta la scienza medica: si può parlare di CORRELAZIONI, es. A e B variano, influenzate da altre variabili che interferiscono.


Quando si parla di causalità, invece, da A si ottiene B con la certezza che non ci saranno altre variabili ad interferire.


E’ importante cambiare il modo in cui pensiamo alla salute, per spostarsi da una ricerca individuale di certi risultati su un cambiamento culturale nel modo in cui consideriamo tutte le persone stigmatizzate.


Hai mai pensato a quanto possano incidere, sulla salute e sul benessere personale, discriminazione e pregiudizi?

Si tratta di una questione prettamente sociale, una visione d’insieme che confluisce nei diritti umani e nel diritto di ogni persona a una vita libera da tutti questi aspetti denigratori. Chi mette in mezzo la questione della salute, spesso vuole riportare la conversazione alla sola responsabilità personale, per razionalizzare i preconcetti.

La salute è una responsabilità collettiva e, spesso, gli effetti della stigmatizzazione sono confusi con i presunti effetti del peso.

La discriminazione uccide le persone, non il peso, non il grasso.


Parlare dei rischi correlati all’eccesso di peso non è motivante e non migliora lo stato di salute, non contribuisce alla fat justice ma, al contrario, contribuisce al mantenimento dello stigma e alla patologizzazione dei corpi grassi.

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